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Speciale: Intelligenza Artificiale Due cose, si dice, sono infinite: l’Universo e la stupidità. Ma della prima non sono sicuro. Come riconoscere l’Intelligenza Artificiale
Può apparire controverso iniziare la trattazione di un argomento così ricco e profondo, denso di significati e di prospettive future con una banale battuta umoristica. In realtà invece l’umorismo rappresenta una delle caratteristiche più effimere e sfuggenti dell’intelletto umano: si basa infatti su una serie di presupposti ben noti al comico ed allo psicologo, ma di difficile definizione: l’attesa, il senso comune, l’imprevisto, il grottesco, l’assurdità, l’illogicità. A complicare il tutto intervengono i metaconcetti, ossia le strutture che consentono di interpretare un quadro o una situazione a diversi livelli di logica e di verità. Come appare subito chiaro, creare una battuta significa tessere una infrastruttura apparentemente normale, con situazioni e personaggi di tutti i giorni e farli agire in modo equilibrato per poi rompere di colpo l’immagine con un’azione apparentemente fuori dagli schemi, ma che può essere interpretata in modi diversi, uno dei quali porta ad un’assurdità talmente grottesca o impossibile, magari ad un gioco di parole, tale da scatenare una reazione emotiva nell’ascoltatore. Non c’è da stupirsi se nell’universo fantascientifico del XXIV secolo gli sceneggiatori di Star Trek si trovino ancora alle prese con questo annoso problema: Data, l’androide senziente e logico della Next Generation, è in grado di compiere calcoli matematici e logici velocissimi, ma è assolutamente inerme di fronte alle barzellette che gli vengono di volta in volta raccontate dai membri dell’Enterprise. Ha un cervello assolutamente originale e logicamente perfetto, ma (o forse proprio per questo) non riesce a capire da dove scaturisca l’ilarità dei suoi compagni di viaggio. A tale scopo progetta un "chip emozionale" che però risulta nella maggior parte dei casi un ostacolo. Per quale motivo? Perché la logica e la razionalità a stati binari (vero o falso) non consentono una corretta analisi delle situazioni di tutti i giorni, in quanto al variare di un solo parametro l’intero sistema decisionale inizia ad auto-oscillare.
Tautologie e passato prossimo Si è spesso affermato che definire l’intelligenza in funzione di sé stessa sia una tautologia: occorre uscire dal contesto e dichiarare una nuova struttura semantica per riuscire a venirne a capo senza incappare nella creazione di definizioni ricorsive; se ciò vi suona familiare, non stupitevi: lo abbiamo appena spiegato nel paragrafo precedente! In altre parole i requisiti per definire l’"intelligenza" umana sono gli stessi necessari per poter creare e comprendere l’umorismo. Bene lo aveva compreso l’inglese Douglas Adams, scrittore di fantascienza e patito di personal computer quando aveva creato personaggi come il calcolatore Pensiero Profondo, che dopo milioni di anni di preparazione produsse una risposta burla ai propri creatori o Marvin l’androide ipocondriaco e paranoico, malfunzionante e triste a causa della sua mancanza di senso ironico: per avere un approccio paritario con lo studio dell’intelligenza occorre quindi paradossalmente essere in grado di apprezzare risultati illogici e riuscire a riderci sopra. Questo in parte spiega come mai nei passati cinquant’anni di storia dell’Intelligenza Artificiale (che di qui in avanti definiremo per comodità IA) i risultati siano apparsi sempre un po’ contraddittori e dualistici: gli studi effettuati si basavano sul significato meccanico della costituzione del cervello e sulle ragioni psicologiche che portavano a comportamenti intelligenti; nell’uno e nell’altro studio mancava "qualcosa" di profondo ed imprescindibile, la ricerca dell’emozione umana senza la quale difficilmente un costrutto logico o biologico risulta in grado di reagire agli stimoli esterni.
Nascita del pensiero cosciente Sin dal medioevo si discute filosoficamente della coscienza e della sua caratteristica di poter essere percepita. Si diceva ad esempio che "Dio è il pensiero del pensiero" e questo concetto inasprì il disastroso dualismo corpo-anima che tendiamo a portarci ancora dietro ai giorni nostri. Il concetto di res cogitans viene mirabilmente espresso da Cartesio, separandolo dalla res extensa: il "penso, dunque sono"; l’autocoscienza rappresenta forse uno dei più grandiosi passi avanti nella definizione di intelletto autonomo, di mente. Pascal e Leibniz avevano prodotto dal canto loro una sorta di "intelletto meccanico" costruendo le prime macchine per eseguire determinate operazioni, ma erano macchine senza memoria e non programmabili. Successivamente (siamo nell’Ottocento) fu l’inglese Charles Babbage, finanziato da Lady Ada Lovelace (figlia di Lord Byron) ad allargare il concetto di macchina da calcolo aggiungendo nel suo Analytical Engine una memoria (magazzino) ed una unità di calcolo e decisione (mulino). Sempre nell’Ottocento Boole e DeMorgan idearono le "leggi del pensiero", passato ai posteri come Calcolo Proposizionale e portato ai massimi fasti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso quando apparvero gli studi di Gödel, Turing, Church e von Neumann sulla assiomatizzazione del calcolo, delle macchine calcolatrici e della logica [1]. La psicologia dell’intelligenza, lo studio del calcolo meccanico e la teoria del ragionamento assiomatico trovarono negli anni Cinquanta un catalizzatore ed una nuova sfida grazie alla diffusione del computer (o, come si chiamava allora, "cervello elettronico "), in grado di elaborare modelli diversi di realtà a velocità sino ad allora impensabili; fu infatti in tale periodo che nacque la sfida dell’IA. Ci si muoveva tuttavia su di un terreno oscuro e ricco di insidie e per di più armati di strumenti di studio relativamente nuovi ed in parte nemmeno ben compresi; ogni problema superato poneva un interrogativo maggiore di quello risolto ed obbligava ad una lunga e dolorosa riflessione sui campi di applicabilità del modello utilizzato. Il dualismo cartesiano si riproponeva in mille modi diversi e sostanzialmente ad ogni successo dell’IA corrispondeva uno spostamento in avanti del limite oltre il quale si poteva effettivamente parlare di Intelligenza Artificiale, in una sorta di replica perenne della storia di Achille e della Tartaruga. Per fare un esempio moderno e ben noto, nel Settanta si dichiarava che un computer che avesse battuto un campione mondiale di scacchi avrebbe dimostrato un comportamento intelligente. Nel 1997 il supercomputer Deep Blue costrinse ad una resa molto poco onorevole il campione mondiale umano Kasparov, dimostrandosi non solo più aggressivo del suo già aggressivo avversario, ma anche (e questo è ciò che conta maggiormente) più forte dal punto di vista psicologico, intuendo i lati più deboli di Kasparov e facendo leva proprio su quelli per distruggere il morale dell’antagonista. Eppure, al termine dello storico incontro, si disse che il computer aveva battuto l’uomo non grazie alla sua intelligenza, bensì alla sola forza bruta insita nella velocità delle sue reazioni "neurali": il computer in sostanza restava un abile e veloce calcolatore e non gli si concesse lo status di "intelligente".
Cos’è un uomo? Da quanto detto sinora, sembrerebbe che l’intelligenza di un individuo non sia ascrivibile alla sua velocità di calcolo o di reazione: almeno secondo una vasta schiera di psicologi non basta un cervello veloce e ben programmato per creare una IA. Cos’è, dunque, un Uomo? Vorrei ricordare un racconto di Terrel Miedaner, intitolato "L’anima dell’Animale Modello III"[2], nel quale appare evidente come l’essere umano tenda a conferire un’anima (un’autocoscienza) non già ad un individuo vivente, bensì ad un artefatto che si comporti "come se" avesse coscienza di sé. Da tale prospettiva risulterebbe allora più che giustificato il conferimento di intelligenza a Deep Blue, in quanto il suo comportamento "appare" intelligente (e di certo Kasparov non si sarebbe innervosito per un gioco piatto e privo di schemi), sicuramente più di quello di qualsiasi altro animale (e di molti uomini). C’è però da aggiungere che la pretesa intelligenza di Deep Blue risulta essere a "delta di Dirac", incapace di proporre asserzioni o risposte a qualsiasi soggetto non compreso in una partita di scacchi… Oltre a tenere un comportamento intelligente, il sistema, esaminando, dovrà risultare anche in grado di prendere decisioni complesse in ambiti diversi. Alan Turing aveva inventato a tal proposito "il gioco dell’imitazione", conosciuto successivamente come Test di Turing. In esso un individuo definito da Turing come "interrogante" deve porre domande a due interlocutori, un uomo ed una donna e comunicando con loro senza vederli né ascoltarli (magari attraverso una telescrivente) cercare di capire chi dei due sia il maschio e chi la femmina. Gli interrogati, da parte loro, potranno dare risposte ambigue in modo da tentare di ingannare l’interrogante ed indurlo a sbagliare. Cosa accadrà se in questo gioco una macchina prenderà il posto di uno dei due interrogati? Riuscirà ad eludere le domande senza farsi scoprire? O, in altre parole, riuscirà a simulare un comportamento umano, simulando quindi di pensare? E sino a che punto, in questo caso, la simulazione sarebbe differente dalla realtà? [6] Sicuramente questo "gioco" stimolò diversi scienziati e filosofi a produrre programmi che, seppur non in grado di ingannare l’interlocutore, simulassero tuttavia un comportamento pensante e intelligente riuscendo a "conversare" per un certo periodo di tempo con un essere umano prima di essere scoperti: vale la pena ricordare tra questi "Il Dottore" (noto poi come Eliza) di Weizenbaum e Parry, di Kenneth Colby. Il primo simula uno psichiatra che usa una terapia non-direttiva, il secondo un individuo paranoico. Inutile dire che quando si tentò di far interagire tra loro i due programmi l’effetto fu disastrosamente comico. Il precedente creato da Joseph Weizenbaum è tuttavia notevole; e nel suo libro-saggio [3] egli prende in esame il problema umanistico, dichiarando che per quanto un computer o una "macchina pensante" sia in grado di afferrare un problema dal punto di vista intellettuale, con tutti i problemi connessi al contesto non specificato ed alle figure retoriche, esso non potrà mai veramente "capire" cosa significhi una implicazione che comprenda l’autocoscienza sin quando non sperimenterà su di sé tale implicazione. Più o meno sulla stessa rotta si trova Domenico Parisi in "Senso dell’Io" [4], quando afferma "un senso dell’Io può essere attribuito non semplicemente ad un sistema che ha conoscenze su di sé, ma solo ad un sistema capace di acquisire conoscenze su di sé, sul proprio corpo o sulla propria mente".
Necessità e scelta Come abbiamo appena visto, pare che la mente si manifesti nel momento in cui le interazioni con il mondo esterno si riflettono ed in qualche modo modificano lo stato interno di chi ha richiesto l’interazione, in una sorta di meccanismo a retroazione. Occorreranno pertanto un sistema di acquisizione dati esterno ed un sistema di elaborazione interno delle informazioni. Il controllo della retroazione, tuttavia, non dovrà essere rappresentato da un meccanismo fisico avulso dall’individuo (una CPU, ad esempio): dovrà essere al contrario un sistema integrato e sensibile alla sopravvivenza dell’individuo stesso ad eseguire le analisi ed a prendere le decisioni: solo in questo modo viene garantito il feedback dell’ambiente sull’organismo che ne fa parte. Ciò che noi chiamiamo negli animali "istinto" e "senso del pericolo" sono reazioni all’ambiente che determinano la sopravvivenza della specie, ma questo feedback è riproducibile già da ora in laboratorio e presente nelle creature viventi più in basso nella scala evolutiva. Il problema, in questo caso, viene perfettamente rappresentato da Dennett [5] quando si chiede se la condizione "istinto" sia necessaria e sufficiente all’intelligenza. Non è sicuramente sufficiente: nel paragrafo precedente abbiamo fatto conoscenza con manufatti che presentavano un comportamento "apparentemente" intelligente ed allo stesso modo molluschi, organismi unicellulari e persino virus adottano una strategia che sembra "istintiva" pur non essendo dotati di sistema nervoso centrale. Vuol forse dire che per adottare un comportamento intelligente non sia necessario un sistema nervoso centrale?
Il cerchio si chiude Non mi azzardo certamente ad affermare una cosa del genere, tuttavia è da notare che negli ultimi anni sono stati fatti enormi passi avanti nello sviluppo di teorie e tecnologie legate alle reti neurali, alla logica fuzzy, all’elettrodinamica quantistica connessa ai processi cognitivi, agli automi cellulari ed agli algoritmi genetici. Oggi possiamo disporre di sistemi di elaborazione a parallelismo massiccio e anche se le teorie sulla massima efficienza ottenibile dipendono molto dal tipo di problema incontrato, nella maggior parte dei casi è possibile simulare con buona approssimazione (anche se su scala microscopica) le caratteristiche elettrochimiche che sottostanno al funzionamento dei neuroni del cervello umano; in altre parole abbiamo finalmente una strada che potrebbe portarci a stabilire se l’intelligenza sia una caratteristica fisica intrinseca della struttura del cervello, se cioè ricreando un sistema di connessioni neurali con potenziali dati, sia possibile ottenere come risultato parte del patrimonio informativo e/o cognitivo. Ma poi? Avremmo clonato un modo di pensare preesistente, senza nulla aggiungere alla sua crescita o originalità. Ciò che maggiormente dovrebbe portare a riflettere, quindi, nel concetto di Intelligenza Artificiale, non è tanto il termine Intelligenza, quanto l’attributo Artificiale: la parte più difficile del gioco consiste nel capire come poter anche solo concepire una mente diversa dalla nostra, per poter poi generalizzare il concetto di intelligenza con qualcosa che sia altro da ciò che già sappiamo possibile. E capire quali sono i meccanismi sottesi da questa mente artificiale e tuttavia meccanicamente identici ai nostri. La disciplina che sta offrendo maggiori soddisfazioni in questo campo riguarda gli algoritmi genetici, che consentono tramite un complesso procedimento di selezione naturale (artificiale?) di stabilire in breve tempo il percorso evolutivo più vantaggioso ed in ultima analisi di stabilire se il criterio di scelta tra più possibilità sia un processo puramente meccanico o piuttosto giunti ad un determinato livello di complessità, ma senza soluzione di continuità, il comportamento meccanico divenga "senziente" e creativo.
Chi ha paura di un braccio meccanico? Risulta evidente a questo punto del discorso quanto inverosimile appaia un nero futuro gestito dalle macchine e con l’Uomo in schiavitù. L’Intelligenza e la Creatività, la Fantasia in tutte le sue forme non sono nemiche della Vita, anzi tendono a renderla più ricca e fruibile. Una macchina resta una macchina, qualunque sia il suo scopo ed è suscettibile di interruzione. Una mente, al contrario, non può essere fermata e se si tratta di una mente intelligente per prima cosa farà in modo di conservare sé stessa. Poiché tale conservazione dipende dal benessere dell’ambiente in cui la mente si trova, è difficile pensare alla storia dell’IA che si ribella al proprio creatore. Se l’IA apprezza la propria esistenza, la rispetterà. A patto naturalmente di venire rispettata. Già, perché non occorre dimenticare che una volta creato, un organismo autosufficiente in grado di sperimentare autocoscienza ed interazione, di provare l’analogo delle nostre emozioni, sarebbe a tutti gli effetti eticamente sul medesimo piano di qualsiasi essere vivente intelligente.
Conclusioni In realtà non abbiamo tanto paura di un braccio meccanico, quanto della nostra reazione di fronte alla diversità: abbiamo conservato, profondamente radicato in noi, l’istinto bestiale dell’essere primitivo, timoroso dell’esterno, xenofobo, incapace di un pensiero a differenti livelli; tutto ciò che ci appare fisicamente, eticamente o mentalmente superiore tende a spaventarci. Chissà se lo studio avviato nel campo dell’IA potrà in qualche modo guarirci da questo comportamento "provinciale", aprendoci non tanto le porte della tecnologia, quanto quelle della Pace e dell’equilibrio sociale.
Bibliografia [1] Douglas Hofstadter, "Gödel, Escher, Bach", Adelphi, 1984-1990, ISBN 88-459-0755-4 [2] Hofstadter-Dennett, "L’Io della Mente", Adelphi, 1985 [3] Joseph Weizenbaum, "Computer power and human reason", S.Francisco:W.H.Freeman, 1976 [4] R. Viale (a cura di), "Mente umana, mente artificiale", Feltrinelli, 1989, ISBN 88-07-10123-8 [5] Daniel Dennett, "La Mente e le menti", Sansoni, 1997, ISBN 88-383-1726-7 [5] Alan Matheson Turing, "Computer machinery and intelligence", Mind vol. LIX n.236, 1950
Note Biografiche dell’Autore Luigi Morelli è un consulente informatico. Si occupa di system & network management, ma da sempre cerca di coniugare il lato ludico di Matematica e Scienza dell’Informazione. Può essere contattato per e-mail all'indirizzo morelli@infomedia.it |