Horizon

Viaggio allucinante là dove nessuno è mai giunto prima

Realtà virtuali?

A cura di Luigi Morelli

 

L’Uomo è incapace di vivere senza fantasia.

Da tempo immemorabile i racconti dei nostri progenitori si spingono lontano, a narrare di terre inesplorate, abitate da creature fantastiche e di eroi dotati di poteri segreti che combattevano per la libertà e l’orgoglio della propria razza. La mitologia, l’epica delle grandi avventure umane si rinnova e si ritrova, sovente comune nei passaggi, in numerose culture antidiluviane. Da sempre, in altre parole, abbiamo cercato di immaginare e di sognare un futuro diverso, nel quale interagire a nostro favore e costruire qualcosa di grande e di maestoso. E di raccontarlo alle generazioni successive come speranza di un futuro migliore.

 

La fantasia cambia vesti

L’incalzare delle epoche ha prodotto successivamente una sorta di trasfigurazione nell’aspetto e nella descrizione di queste fantasie: a dei, giganti ed eroi si sono sostituiti, di volta in volta, prima tiranni, esploratori ed artisti, poi in una sorta di macabro ritorno alle origini sono apparse le macchine onnipotenti, gli imperi finanziari mondiali alla loro guida, e sopra tutto e tutti, un immenso reticolo di informazione distorta e pilotata, con eserciti di golem senza sensibilità o volontà, pronti a scatenarsi contro chiunque tentasse di modificare un sistema che, per quanto artificiale e sintetico, appare come l’unico possibile. Roba da fantascienza…

 

Questa è scienza, non fantascienza!

Se tuttavia Jules Verne è apparso nel panorama della fantascienza (che io preferisco definire visionaria, alternativa interpretazione della storia, riportandola quindi a disciplina tanto scientifica quanto umanistica) come colui che teorizzò il viaggio verso la Luna con maggior cura per i dettagli, ed Orwell preconizzò un mondo dominato dal Grande Fratello per molti versi non dissimile da quello nel quale stiamo vivendo, nessuno scrittore è riuscito nell’impresa di cogliere esattamente la situazione storica attuale; una situazione in cui nevrosi tipiche di atmosfere cyberpunk vengono ricreate in un ambiente lindo ed apparentemente disteso di graziose cittadine di periferia grazie alla (defunta?) new Economy, mentre all’interno di colossi industriali si scatenano sostituzioni di persona degne del film "l’invasione degli ultracorpi", dove gli alieni non sono rappresentati da esseri di un altro sistema solare, bensì da uomini di un altro sistema economico. Persino Philip Dick, lo scrittore che forse per primo dopo Sigmund Freud utilizzò gli stati alterati di coscienza come argomento per una autobiografia, si troverebbe a disagio a riconoscere un senso comune e coerente nell’odierna esistenza, mentre le catastrofi immaginate da James Ballard impallidiscono di fronte agli orrori reali descritti con dovizia di particolari e bugie dai nostri Media.

Non esistono robot positronici, non esiste viaggio a curvatura, non esiste impero galattico per noi. Seduti di fronte ad un monitor che nessuno scrittore aveva potuto immaginare così permeante, subiamo passivamente il quotidiano plagio che ci convince della necessità di avere, di acquistare, di apprendere, mentre appendici che non ricordano lontanamente le classiche interfacce biometriche (palmari, cellulari, microlettori portatili, registratori digitali) ci costringono a tenere a mente migliaia di specifiche di funzionamento inutili. E mentre aspettiamo con ansia le prime appendici erotogene sognando paradisi sintetici, il velo della nostra realtà si attenua e scolorisce in una tinta pallida e virtuale.