|
|
L’autocertificazione Certificarsi sì, no, ... o ni. Dilemma esemplare, potremmo scommettere, al pari dell’amletico to be or not to be, o per dirla alla Fromm dell’avere o essere. Nell’ambito libertario e rigoroso dello sviluppo del software, incombe su noi tutti la spada di Damocle della "certificazione"? Come potrete leggere nelle pagine a seguire – e mi riferisco al focus di questo mese – il tema "Certificazione" è al centro di un dibattito che non risparmia nessuno e lascia poco spazio per posizioni imparziali. Chi è convinto che il certificarsi sia condizione essenziale, chi afferma sia utile a coloro che devono ancora farsi strada e distinguersi quel tanto per essere più visibili sul mercato, altri che si tratti del giusto riconoscimento delle proprie capacità. Altri che sia tutto un business. Comunque la pensiate, diciamoci subito la verità: non è un riconoscimento pari ad una Laurea, è molto meno, e non dura in eterno. Tuttavia la certificazione è anche un moderno Azzeccacarbugli, ed è in parte anche un antidoto contro la schiera dei pompieri "mordi e fuggi" che si presentano come consulenti. Una minoranza che si insidia nella massa dei professionisti e dapprima fa sfoggio di competenze magistrali per poi piantarvi in asso e darsi alla macchia senza portare a termine il compito assegnato, magari lasciandovi una patata bollente fra le mani. D’altra parte esistono fior di specialisti non certificati il cui calibro è indubbio, e non credo vengano o debbano essere in alcun modo penalizzati. Inoltre non si può essere certificati su tutto, sarebbe un lavoro a sé. E se si introducesse una legge che contempli l’autocertificazione? In realtà i programmi di certificazione possono servirci per dormire … su "costrutti tranquilli", ossia individuare meglio i propri limiti e approfondire le lacune. Pertanto come palestre virtuali in cui fortificare le nostre specializzazioni comunque ho un dubbio di fondo: sulla certificazione dei prodotti che utilizziamo. Alimentato dalle notti insonni passate a cercare di far funzionare una versione che contiene un bel po’ di bug e che ci coinvolge come volontari o inconsapevoli beta tester. Che si tratti di IBM, Microsoft, Sun, RedHat – e chi più ne ha più ne citi – a certificarci dobbiamo essere comunque noi dall’altra parte della barricata. Le certificazioni di "Qualità" si potranno pure combinare, la qualità di un prodotto no, si conquista giorno dopo giorno e talvolta senza dare eccessivo ascolto ai tempi di rilascio suggeriti dal marketing. Ma torniamo alle certificazioni: sappiamo bene che la vita è tutta un quiz, e certo non demordiamo, se per convinzione professionale e/o necessità lavorativa si deve conseguire una certificazione, non ne facciamo certo un dramma. É pur vero – a mio parere – che dovrebbe assumere valore anche l’autocertificazione, che assume significato in termini di responsabilità. Oppure che le aziende sottopongano a test preliminari un potenziale consulente per verificarne l’attendibilità. Prima di congedarmi vorrei comunque soffermarmi su qualche suggerimento per affrontare un esame di certificazione. Qualsiasi guida non rappresenta di per sé una condizione sufficiente per superare l’esame. Se non avete mai installato, configurato e gestito un prodotto – ed acquisito una più che buona confidenza con gli aspetti teorico-pratici – sarà più che aleatorio superare l’esame al primo colpo. Trattandosi di domande a quiz può sembrare abbia senso rispondere a parte delle domande senza conoscere a priori la risposta. Invece no: può funzionare con i vari simulatori d’esame in commercio ma nel software che vi certifica sono implementate tecniche adattive che fanno sì che le domande si concentrino sull’argomento su cui si è più deboli. Ossia è un software cinico quanto un docente in sede d’esami. Natale Fino |
|